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Tutto (o quasi) sulle elezioni nel Regno Unito

by • 8 giugno 2017 • ConcretaWorld, EditorialiComments (0)241

 

Oggi si terranno le elezioni generali del Regno Unito (le General Election o #GE2017), ovvero le elezioni con cui inglesi, gallesi, scozzesi e nord-irlandesi eleggono i 650 membri della camera bassa del Parlamento: la Camera dei Comuni.

Queste elezioni sono oggettivamente lontane da noi, per i modi in cui si svolge la campagna elettorale e per la nostra limitata conoscenza della politica inglese. Tuttavia stavolta suscitano particolare interesse per un motivo che non dovremmo neanche sottolineare: la Brexit.

Ben pochi conoscevano Theresa May prima che succedesse a David Cameron dopo la sconfitta del Remain il 23 giugno del 2016. Da quel giorno, però, l’Europa ha cominciato ad interessarsi di più del contesto inglese e ad approfondire le dinamiche del primo paese uscito dall’Unione Europea.

Partiamo da una curiosità che forse è una delle prime domande: perché si vota di giovedì?

Tradizionalmente si è sempre votato il giovedì per un motivo molto pratico: gli inglesi, a differenza di noi, hanno uno stipendio settimanale che arriva il venerdì. Il giovedì è di solito il giorno in cui si “tira la cinghia” più di tutti e in cui spesso la gente aspetta il giorno successivo per andare al pub. Pur non essendo stato mai ammesso, si è sempre pensato che il voto di giovedì fosse per impedire eccessivi ubriachi alle urne o ad ogni modo per non disturbare i seggi con l’andirivieni dai pub.

Dopo una curiosità, un po’di background perché sì, sicuramente queste elezioni sono condizionate da quello che è successo negli ultimi due anni. Brexit compresa.

Le ultime elezioni si sono tenute nel 2015. Il sistema inglese è molto simile al nostro (dopo vedremo le differenze) e la camera dovrebbe durare 5 anni, con i compiti del Presidente della Repubblica svolti grossomodo dalla Regina Elisabetta II, che scioglie camere e nomina governi in modo molto più imparziale del nostro capo di stato: praticamente è obbligata a sottoscrivere le decisioni prese da governo o maggioranza senza dire parola. Dal 2011 è in vigore una legge che legittima l’usanza con cui la maggioranza dei parlamentari può sciogliere le camere.

Nel 2015 i sondaggi davano la vittoria di Davis Cameron a rischio, ipotizzando un nuovo governo di larghe intese con i Lib-Dem. Per questo Cameron promise, in uno slancio per lui costoso, che avrebbe ridiscusso i termini con l’UE e proposto un referendum nel caso in cui fosse stato eletto. Non si sa se per questo o per un abbaglio dei numeri, la vittoria di Cameron fu netta: circa il 37% dei voti e 331 seggi su 650, quindi la maggioranza assoluta della camera per il suo partito. Cameron fu però di parola e indisse il referendum, sostenendo il Remain e promettendo dimissioni in caso di sconfitta. Fu nuovamente di parola e dopo la Brexit, che vide spaccarsi lo stesso partito del premier, si dimise. In nome della governabilità, il partito conservatore non volle sciogliere la camera (anche perché ne aveva la maggioranza) e propose il massimo incarico a Boris Jhonson, leader della campagna Leave. L’ex sindaco di Londra, però, rifiutò e alla fine arrivò Theresa May.

Il 18 aprile di questo anno, May ha annunciato a sorpresa le elezioni anticipate. Motivo? I sondaggi (sempre loro) segnalavano la crisi verticale del partito laburista, principale partito all’opposizione. In oltre, in vista dei negoziati sulla Brexit, May proponeva di “unire il paese” togliendo seggi ai partiti che remano contro l’uscita (laburisti, scozzesi e libdem). In sostanza, il partito conservatore di May ha visto una buona occasione per aumentare i suoi voti. Con un UKIP senza leader e scopo e una sinistra che si è rivelata divisa sulla permanenza, i conservatori volevano trasformare il 37% del 2015 nel 51% che ha votato Leave. Detto fatto, tempo di fissare la data e oggi già si vota.

I nomi dei partiti sono strani, leggermente diversi dai nostri. Il sistema è tradizionalmente bipartitico, a metà fra quello americano e i sistemi europei. I due partiti principali sono i conservatori (Tory) e i laburisti (Labour).

I conservatori sono analoghi alla nostra destra. Non condividono i valori europei e sono sempre stati dubbiosi sul ruolo del Regno nell’Unione. Sono stati conservatori il vulcanico Churchill e l’altra donna premier, l’Iron Lady Thatcher. Attualmente i maggiori esponenti sono appunto May (candidata premier) e Jhonson. Nella storia hanno sempre cercato di attuare politiche liberisti e allo stesso tempo di sostegno all’industria. Nonostante siano unionisti e abbiano avuto un gallese e uno scozzese come segretari prima di Cameron, sono in crisi di consensi fuori dall’Inghilterra.

I laburisti sono analoghi alla nostra sinistra. Socialisti e nati come partito “operaio” in un contesto industriale di grande scontro sociale come quello inglese, si sono dovuti reinventare dopo gli anni ’80 e la vittoria delle liberalizzazioni. Il loro apice è arrivato con Tony Blair, premier dal 1997 al 2007 ed idolo della sinistra modernista europea. Il suo successore, Gordon Brown, non è riuscito a mantenere il consenso e oggi, dopo una campagna titubante sulla Brexit in cui teoricamente i laburisti si sarebbero dovuti battere apertamente per il Remain, il partito sembra in crisi. Molti scaricano le colpe del referendum più su di loro che sui conservatori. Il candidato odierno è Jeremy Corbyn.

Ci sono poi i nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon. Dopo il fallito referendum sull’indipendenza nel 2014, il partito ha guadagnato solo il 4,7% dei consensi nel 2015, ma vinse in 56 circoscrizioni scozzesi su 59. “Il Nord non dimentica” e Sturgeon ha già promesso un nuovo referendum a fronte della spaccatura sulla Brexit: il suo risultato sarà un importante termometro per l’indipendenza.

Poi ci sono i Liberal-Democratici, in una parola centristi. Sono “giovani”, nati solo nel 1988, ma hanno subito avuto il ruolo fondamentale di equilibratori nei governi con alte percentuali. Il loro ruolo ricorda molto quello dei nostri socialisti nella Prima Repubblica, l’orientamento politico ovviamente meno. Né destra né sinistra, quello che gli elettori ormai anche in Italia percepiscono come “né carne, né pesce”. Il crollo del 2015 con soli 8 seggi vinti li ha allontanati dal governo forse per molto tempo. Il candidato è Tim Farron.

E infine gli altri mini partiti che aspirano a qualche seggio, fra i socialisti, i verdi e i territorialisti irlandesi, nordirlandesi e gallesi. Un buon risultato di ognuno di questi sarebbe una sorpresa e un interessante segnale.

E l’UKIP? Nel bene o nel male, grazie anche alle foto con Grillo, Nigel Farage ci ha colpito nella campagna Leave e probabilmente è più noto lui ad un italiano di ogni altro leader. Il punto è che dopo la Brexit, Farage si è dimesso, annunciando che l’UKIP stesso aveva raggiunto il suo scopo. L’UKIP non ha mai avuto programmi completi, unico mantra era l’uscita dall’Europa. Per questo ha spesso raccolto grandi consensi alle elezioni europee, ma pochissimo alle generali nazionali. Se non che, dopo un 27% alle europee 2014, il partito è arrivato al 12% nelle GE2015 ed è stato determinante per il referendum. Ma effettivamente, non aspirando a nessun ruolo importante e avendo raggiunto il suo scopo, l’UKIP non darà importanza alle elezioni. Anche perché il sistema elettorale li sfavorisce molto.

E allora guardiamo questo sistema elettorale. Nel Regno Unito si vota solo una camera, come già detto. Il sistema è senza alcuna soglia di sbarramento o premio di maggioranza, però è maggioritario. In pratica il territorio è diviso in 646 collegi composti circa dallo stesso numero di votanti e ogni collegio elegge il suo parlamentare che prende la nomea di MP. Questo sistema è maggioritario perché, anche solo con la maggioranza relativa, un partito può accaparrarsi tutto il collegio; parimenti un partito può avere ampio consenso nazionale, ma se non si impone in nessun collegio in modo maggioritario rischia di restare senza seggi. È il caso dell’UKIP, che due anni fa prese il 12% dei consensi nazionali, ma vinse solo in 1 collegio e quindi ebbe solo 1 seggio. Allo stesso modo i conservatori vinsero con il 37% dei voti, ma imponendosi in 331 collegi, cioè più della metà. Come già detto, è un sistema misto per influenze ricevute, a metà fra gli USA e l’Europa.

Presentate tutte le specificità, è tempo di far parlare i seggi.

La dinamica della campagna elettorale è stata abbastanza strana. Si è parlato molto poco di programmi, visto anche il poco tempo concesso dal 18 aprile all’8 giugno. La tattica di May è stata quella del “voto-lampo”, ma sembrerebbe non pagare. Al di là delle dichiarazioni sulle trattative della Brexit, in cui la premier ha voluto più volte mostrare i muscoli pur essendo stata a favore del Remain, sono successe tante cose in questi due mesi. Dal punto di vista diplomatico, Theresa è sembrata un po’fuori dagli schemi della politica mondiale e nel mentre sono arrivati rumors di strafalcioni passati dei conservatori nella gestione della guerra in Libia. E’ stata il primo leader straniero a incontrare il presidente Trump, ma questa vicinanza forse ha allontanato più consensi rispetto a quanti ne ha portati.

Ma il vero argomento è uno: il terrorismo.

Si è spesso pensato quanto il terrorismo avrebbe influito nelle elezioni europee e guardando il caso francese si è sempre risposto “poco”. Ma attenzione, il caso è molto diverso! In Francia il vero sconfitto dell’ISIS, Hollande, non si è presentato alle urne e il suo partito ha effettivamente subito un tracollo. Gli attacchi di Londra (22 marzo e 3 giugno) e di Manchester (22 maggio) sono stati subiti tutti dall’amministrazione conservatrice. Due avvenuti in campagna elettorale. Le colpe dei servizi di sicurezza inglesi sono evidenti quanto quelle dei francesi, i cittadini non si sentono sicuri e May ha giocato il tutto per tutto con la sua affermazione “siamo disposti a stracciare i diritti umani per fermare i terroristi”, scordando forse come gli inglesi abbiano già fortemente limitato la loro privacy dopo l’attentato del 2005.

Nella bufera May ci è finita anche per un video su YouTube, critico nei suoi confronti ma a sua volta troppo criticato dal partito. Insomma in queste settimane May non ha convinto l’elettorato come dovrebbe e ne è consapevole, non cercando peraltro di bilanciare le correnti del suo partito parlando più volte di “hard brexit”. Fra terrorismo e politica interna, non ha usato bene il pugno di ferro, con il paragone scomodo della donna di ferro alle sue spalle. Di questo ne ha approfittato Corbyn, dato per spacciato a 20 punti di distacco, che è riuscito a raccogliere tutti i delusi del 23 giugno e ora sembra poter ostacolare seriamente il piano conservatore.

Si va al voto con quella che sarà una affluenza record e con tre scenari possibili:

  1. L’affermazione dei conservatori, che comunque sembra ancora l’ipotesi più probabile, anche considerando gli abbagli dei sondaggi.
  2. La vittoria risicata dei conservatori con un risultato inferiore al 2015 che costringerebbe ad una coalizione.
  3. La clamorosa rimonta dei laburisti che, grazie al meccanismo di assegnazione dei seggi e alle intese con gli scozzesi e i lib-dem, potrebbero formare una coalizione di governo. La cosa straordinaria sarebbe che la coalizione di questo tipo sarebbe contraria alla Brexit votata!

Seggi aperti dalle 7 alle 22. Primi exit polls intorno alle 23 italiane, sempre che Mentana non riesca ad anticipare qualcosa prima. Tutti concentrati per delle elezioni che paradossalmente non ci dovrebbero più interessare. O forse no?

 

Andrea Stanzani

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