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Il Referendum costituzionale spiegato agli adulti

by • 10 Ottobre 2016 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)3019

 

Dopo il grande successo del referendum sulle trivelle “spiegato agli adulti”, ritorna un altro referendum e quindi un nuovo articolo.

La settimana scorsa il Consiglio dei Ministri ha annunciato la data in cui si terrà forse il più importante referendum della storia italiana, visti gli argomenti che riguarda: sarà il 4 dicembre, l’ultima data disponibile dal momento della presentazione del progetto di riforma alle camere. Per la prima volta si terrà un referendum a dicembre e per questo ci aspettano 10 settimane di campagna elettorale, iniziata proprio la scorsa con il confronto Renzi-Zagrebelsky in prima serata e proseguita con Boschi-Parisi mercoledì sera.

Ma entriamo nel merito, come sento dire da due settimane. Andiamo al referendum, che, va detto per sicurezza, NON è un referendum abrogativo: non necessita quorum e il risultato dipenderà dalla maggioranza dei votanti, quindi chi sceglie di starsene a casa o (nuova moda dell’estate) “ritiene di non avere le competenze adeguate per scegliere”, non influisce e lascia decidere gli altri.

Detto il Quando e detto il Come, resta da definire il Cosa. E per capirlo allora partiamo dal quesito che ci troveremo nell’urna, che già ha scatenato polemiche, con il fronte del NO che lo ritiene troppo semplicistico, e quello del SI’ che ribatte dicendo che si può sempre tornare alle vecchie schede illeggibili in cui venivano scritti gli articoli da modificare e sembravano schede del lotto. Ecco la scheda:

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“Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”

Già dall’impostazione, capiamo che stiamo dicendo di SI/NO a un sacco di cose e che la riforma punta a dare un cambiamento storico a tutto il nostro sistema politico e statale. Per la cronaca e le statistiche, stiamo parlando della possibile modifica di 47 articoli su 139, di cui 24 sull’ordinamento delle camere, 11 sul Titolo V, 5 sul Presidente della Repubblica, 4 sul Governo e 2 sul Titolo VI (a cui si aggiungono modifiche sulle disposizioni e le leggi costituzionali su cui non mi dilungo, qui si può trovare il testo completo della riforma). Vale la pena, quindi, prendersi del tempo e pensare; spesso si fa a gara a chi riesce a riassumere meglio il contenuto delle cose complesse come questa, a volte riuscendo con video fatti molto bene e molto espressivi o con slides, ma onestamente è difficile capire tutta la mole in 3 minuti e d’altra parte spero che NESSUNO decida cosa votare in 3 minuti. Andiamo quindi a vedere i vari argomenti uno per uno, ricordandosi che si vota tutto il pacchetto di riforme, non una per una.

Partiamo dalla base della torta, che ne è anche la ciliegina: il superamento del bicameralismo paritario o perfetto. Pillola di educazione alla cittadinanza del liceo: in Italia abbiamo due camere di uguali poteri: Camera e Senato, ma spero ne abbiate già sentito parlare. Il termine “perfetto” deriva dal fatto che le camere sono equipotenti e che una legge per essere approvata deve passare sia dalla Camera che dal Senato, attraverso un procedimento che può ripetersi parecchie volte: è la cosiddetta “navetta”, una legge va alla camera, poi il senato la cambia e la rimanda, poi la camera la cambia e la rimanda, poi il senato la cambia finchè entrambe non sono d’accordo ed ecco la nostra legge sfornata in un tempo medio che va dai 65 giorni per leggi di iniziativa di governo ai 311 su iniziativa parlamentare (qui i dati dell’ultima Legislatura). C’è chi dice che siano troppi, chi dice che siano giusti. Matteo Renzi e il fronte promotore della riforma, sta dalla prima parte e per questo, in nome della semplificazione e della velocizzazione del processo legislativo, ha proposto con la riforma di togliere il potere legislativo al Senato. Dicendo SI al referendum, non ci sarà più la navetta e una volta approvata dalla Camera dei Deputati, la legge sarà approvata, ad esclusione di alcuni procedimenti speciali come la revisione costituzionale che richiederanno anche il Senato. Quindi il bicameralismo non sarà più perfetto, ma queste definizioni le lascio ai giuristi che se ne intendono di più. Il succo è questo: le leggi dipendono solo dalla Camera e, così come le leggi, anche la fiducia al Governo a cui però rimandiamo nella parte finale.

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Ma allora ‘sto Senato cosa fa? Punto secondo: il nuovo Senato. Se passa la riforma, il Senato viene rivoluzionato. Sarà composto da 100 senatori (e non più 315) più gli ultimi senatori a vita superstiti che non saranno più concessi. Questi senatori però non saranno eletti assieme alla Camera alle elezioni come avviene oggi, bensì saranno rinnovati “a singhiozzo” in base alle varie elezioni regionali. Ogni regione avrà un numero proporzionale di seggi (Molise, Val d’Aosta e Umbria ne hanno 2 di default) in base alla popolazione. Quindi in modo molto semplice, se la regione X ha il 30% della popolazione italiana, 30 seggi del Senato andranno a lei. Questi seggi però dovranno essere espressione dell’orientamento politico regionale, quindi andranno grossomodo ai partiti in base alle percentuali che hanno in quelle regioni. Nella regione X, se il centrosinistra ha il 30%, il  centrodestra 20% e i 5 stelle 20%, allora dei 30 seggi, 9 andranno al centrosinistra, 6 al centrodestra e 6 ai 5 stelle. Tutto fila liscio, tranne qualche tecnicismo non trascurabile, come le regioni con solo 2 senatori che devono esprimere 3 partiti. Probabile che questi seggi siano frutto di accordi per mantenere l’equilibrio desiderati. Infatti, i nuovi senatori non saranno eletti direttamente, ma nominati dai Consigli regionali e saranno quindi consiglieri o sindaci di città importanti. Saranno eletti indirettamente, visto che alle regionali votiamo, se vogliamo, quindi non è corretto tacciare di non democraticità questo passaggio: anche il Presidente del Consiglio è eletto in modo indiretto. Avranno un doppio incarico, sia a livello regionale, che a livello statale. Il Senato si configura così come una Camera delle Regioni, espressione delle esigenze territoriali, tornando un po’all’idea iniziale della Costituente che vedeva la Camera collegata alla Nazione e il Senato alle autonomie. Ma forse ora vi starete chiedendo: ma se non vota le leggi, il nuovo Senato cosa fa? Consiglia. In maniera non vincolante può esprimere esigenze di legge o proporre modifiche a leggi approvate e in alcuni casi è chiamato a votare in modo congiunto, ma la palla ce l’ha sempre la Camera. Tanto per chiarire, il testo del quesito quando parla di “riduzione dei costi” parla della riduzione del numero dei senatori, mentre non vengono toccati i compensi. Togliendo 215 senatori si risparmiano circa dai 38 ai 50 milioni € l’anno  (qui per fare i calcoli) escluse però le pensioni.

E di qui arriviamo al terzo punto: la riforma del Titolo V. I più attenti diranno “ma non lo avevamo riformato già nel 2001?”. Lo so bene, visto che mi ha fatto sudare freddo all’esame di diritto pubblico! Nel 2001 le competenze (cioè le cose che spettano da farsi) erano state molto decentralizzate, cioè in pratica cose come l’energia e il turismo erano passate da essere gestite dallo Stato ad essere gestite dalle Regioni, quello che ci configurava come un regionalismo, cioè una via di mezzo con il sospirato federalismo. Con la riforma attuale invece si vuole tornare indietro, accentrando di nuovo. Questo perché secondo chi riforma (cioè il SI’) la gestione decentrata ha portato molti sprechi e con la nuova Camera delle Regioni, i territori  potrebbero esprimersi meglio. Il fronte del NO invece sostiene il contrario, cioè che non avendo peso decisionale con il Senato, le regioni avrebbero bisogno di mantenere almeno certe autonomie. Di fatto tornano allo Stato la gestione della Pubblica Amministrazione, le comunicazioni, le infrastrutture, gli accordi economici con paesi esteri, la Protezione Civile, l’energia, il trasporto e le infrastrutture; invece restano alle Regioni la tutela delle minoranze, lo sviluppo economico e la pianificazione locale e il turismo. Menzione d’onore per la “clausola di supremazia” che mette lo Stato in condizione di far prevalere sempre l’interesse nazionale su quello regionale.

Il più è passato. Se tutto è chiaro finora, andiamo a parlare delle ultime cose previste. Ad esempio l’abolizione del CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nato nel 1957 con potere di iniziativa legislativa e formato dal premier, da alcuni ministri e collaboratori in materia e da rappresentanti di imprese e associazioni. Il CNEL è da molto tempo inutilizzato e rientra nel progetto di abolizione degli enti intermedi, come ad esempio le province, che con la riforma sono definitivamente svuotate di poteri e responsabilità e vengono cancellate dal testo, mettendo quasi fine al processo di smantellamento. Tutto questo in linea con le due  tendenze principali della riforma che avrete già capito: accentramento e semplificazione.

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In compenso, la riforma prevede alcune novità per la democrazia diretta. In primis crea il  referendum “propositivo” detto anche “di indirizzo”, cioè la possibilità di consultare il popolo anche per leggi normali e non solo costituzionali, inoltre sarà fissata a 150.000 la quota di firme per proporre leggi di iniziativa popolare. La Camera è obbligata a valutare la proposta, ma non ad approvarla. Modifiche anche al referendum abrogativo che, nel caso in cui raggiunga 800 mila firme invece che le 500 mila solite, non dovrà raggiungere il normale quorum del 50%+1 degli aventi diritto (ormai utopia con l’astensionismo cronico intorno al 40%), ma dovrà raggiungere un quorum “speciale” del 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche.

Ultima cosa: cambiano le modalità di elezione del Presidente della Repubblica, ma questo è ovvio visto che cambia il Senato. Non ci saranno più delegati regionali, bensì l’elezione sarà riservata alle Camere in seduta comune, quindi a 730 membri, invece dei soliti 1000 e passa. La maggioranza necessaria non sarà dei 2/3, ma dei 3/5. Per evitare il blocco delle elezioni, dopo la sesta votazione sarà sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei presenti e non degli aventi diritto.

Fine.

-> Nel caso in cui voleste verificare o chiarirvi dei dubbi, ecco il testo completo della riforma. <-

Questa è in soldoni la Riforma Boschi, il più grande cambiamento della storia repubblicana che ora si avvia al giudizio di noi elettori. Tuttavia, per un analisi completa di cosa voglia dire la riforma, bisogna considerare anche l’attuale legge elettorale, nonostante spesso si sostenga che la riforma non tocchi il governo. Il cosiddetto ITALICUM è la legge elettorale in vigore dall’anno scorso (la cui costituzionalità è ancora da stabilirsi) , pensata però  di fatto per una camera sola, quindi per riforma approvata. L’Italicum, nel caso in cui non vedeste un telegiornale da 3 anni, prevede la soglia di sbarramento al 3% e il doppio turno per le liste maggiori delle prime due coalizioni nel caso in cui la coalizione vincente non raggiungesse il 40% dei voti (cosa assai improbabile). Al ballottaggio andrebbero le due liste e la lista vincente otterrebbe un premio di maggioranza di 340 seggi su 630 alla Camera, estendibile a 350 con i voti dall’estero.

È inevitabile che il dibattito si concentri anche su questo aspetto, nonostante sia fuori dalla riforma e già legge bella che approvata. Perché con una sola camera e una maggioranza del 54% da parte di un solo partito, e non coalizione, va da sé che per 5 anni il governo sarebbe abbastanza solido. “È la governabilità” dice il SI’, “è il rischio di una deriva autoritaria” dice il NO. E da qui poi molte altre ragioni su cui ci dilungheremo in un altro articolo.

È una scelta difficile, che si inserisce perfettamente in un momento storico come questo. Lasciare l’immobilismo per reagire alla crisi e ai sempre più rapidi avvenimenti globali o restare sul sentiero della repubblica parlamentare per tutelarsi dall’ascesa di populismi che potrebbero prendere il controllo definitivo?

Molto importante sarà decidere in maniera consapevole e senza  personalizzare la questione più di quanto non lo si stia già facendo in modo insopportabile. Molti cercano esempi nelle costituzioni degli altri paesi, altri cercano casi pratici per cui la soluzione opposta non può funzionare. Molti voteranno NO per mandare a casa Renzi, molti voteranno SI per tenerlo in piedi. Che sia il 5 dicembre 2016 o il 2018, arriverà un giorno in cui Renzi non ci sarà più (politicamente eh presidente). E invece sapete chi ci sarà ancora? La costituzione! E la sua forma sarà decisiva per il futuro di tutti noi. Rimangono due mesi di bombardamento mediatico e non, in cui alla fine ci sembrerà che faccia tutto schifo, che sia la Costituzione attuale che la riforma siano imperfette e che alla fine i problemi non si risolveranno mai. Ed è proprio così, perché 60 milioni di persone non si governano facilmente. È la democrazia, la peggior forma di governo eccetto le altre come direbbe Churchill, e alla fine la democrazia ci darà un SI’ o un NO, qualcuno sarà contento e qualcun altro no. Restando in Inghilterra, forse, come insegna la Brexit, la scelta della maggioranza potrà sembrare sbagliata.

Ma oggi in democrazia, l’unica scelta giusta è quella libera e informata.

 

Andrea Stanzani

 

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