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REQUIEM FOR A DREAM di Darren Aronofsky (2000)

by • 8 maggio 2013 • ConcretaCultComments (0)2216

 

 

 

 

Requiem for a dream_locandinaRequiem for a Dream” non è certo un cult nel senso stretto del termine. Tuttavia è sicuramente un film generazionale di estrema importanza per quelli che furono gli adolescenti del 2000 e non solo. Il film è anche un lavoro rilevante per l’ascesa nel mondo del “cinema che conta” di Darren Aronofsky, il regista che poi firmerà successi come “Il Cigno Nero” e “The Wrestler”. La pellicola si divide in tre capitoli: Summer, Fall e Winter, stagioni alle quali corrispondo diverse situazioni della vita dei protagonisti e che saranno scandite da un orologio puntuale e dannato al tempo stesso: l’eroina. Entrambi i personaggi principali, interpretati da Jared Leto, Jennifer Connely, Ellen Burstyn e Marlon Wayans, si faranno trascinare, attraverso le varie fasi del racconto, in un vortice depressivo che prenderà sempre più le somiglianze di una caduta libera (da qui il gioco di parole con la parola “Fall”, che sta a significare “autunno” ma anche “caduta”), di un lancio nel vuoto che li condurrà alla sconfitta, sia dal punto di vista fisico (uno dei personaggi perderà un braccio a causa di una necrosi), sia dal punto di vista psicologico e affettivo. Il movente del film è quindi la dipendenza dall’eroina che si insinua tra i sogni dei ragazzi ed è la causa di ogni loro fallimento. La mancanza di prospettive, la disillusione, l’amoralità, le spinte autodistruttive, causate dal contesto sociale che circonda i Jared Letoprotagonisti del film, sono i motivi che portano alla dissoluzione totale i personaggi di Aronofsky. L’intento è quindi, più in generale, la rappresentazione di quella classe sociale che in America vive in equilibrio precario sul filo che separa il benessere dalla povertà. Tra le stagioni infatti manca la primavera, a simboleggiare il mancato salto di qualità di questa nuova gioventù bruciata, destinata a perdere, in un mondo, quello americano, che non fa sconti a nessuno. Le opportunità di rinascita, nel corso del film, verranno tutte a scemare con l’avanzare delle stagioni. Progressivamente. E con un ritmo incalzante. Fino alla fine. Una nota particolare va fatta per la colonna sonora. Tutta la storia è magistralmente percorsa dalle musiche di Clint Mansell, che riesce a trasmettere – con un lavoro eccezionale – un senso di perdizione, di vuoto, di fallimento. Il finale, ovviamente, non è felice. E il risultato è un film che fa nascere nello spettatore una vera e profonda sensazione di angoscia. Come se le vite immaginarie alle quali assistiamo nella pellicola fossero, in un certo senso, risvolti possibili anche delle nostre.

Samuele Tavani

 

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