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Robert Putnam: Emigrazione e capitale sociale.

by • 24 Giugno 2010 • EditorialiComments (0)1748

La pluralità etnica porta molti vantaggi ma la strada per l’integrazione non è facile
Il primo evento del Festival è stato affidato a Robert Putnam, docente di Harvard, consigliere di numerosi presidenti americani e intellettuale tra i più influenti al mondo. Introdotto dal direttore del “Sole 24 ore” Gianni Riotta, Putnam ha parlato della ricchezza di una società multietnica e pluralista, ma anche di quanto lenta e faticosa sia la sua costruzione. Per favorire l’integrazione – e trarne i maggiori benefici – è necessario decostruire l’identità, cosa che gli Stati Uniti fanno da sempre per effetto delle diverse ondate migratorie. “Quando qualcuno guarda un film come “Gangs of New York”, che si riferisce ai tempi delle grandi migrazioni negli Stati Uniti, e poi lo confronta con una produzione più recente come “Gran Torino”, può vedere quanto sia difficile il processo di integrazione – ha detto Riotta nella sua introduzione – . “Ma le migrazioni producono ricchezza economica, producono benessere. Putnam si guarda bene dall’idealizzare le società multietniche; fa quello che deve fare ogni studioso, le osserva, le analizza. Ma ci dice anche che il cammino verso l’integrazione va percorso fino in fondo. Putnam è partito definendo il raggio di azione della sua analisi: la sfida dell’integrazione è la sfida dell’identità. Ed è una sfida difficile , anche se produce grandi benefici. “Il concetto che voglio affrontare per primo però è quello di capitale sociale” ha detto Putnam – in sintesi, le reti sociali hanno un valore, innanzitutto per chi vive all’interno di quella rete: la maggior parte delle persone in Italia come negli Usa riescono a trovare lavoro più in virù¹ di chi conoscono che di quanto conoscono. E non sto parlando di nepotismo, ma semplicemente di relazioni. Le reti sociali però hanno un effetto anche sulle persone che stanno al di fuori di esse. Reti di buon vicinato, ad esempio, generano ricadute positive in tutto un quartiere, ad esempio contribuendo a tenere basso il livello della criminalità. E anche se io non partecipo personalmente ai barbeque, nondimeno, vivendo in quel quartiere, beneficio delle esternalità generate da tali reti amicali”. Negli ultimi 15-20 anni le ricerche condotte da Putnam hanno approfondito proprio le questioni relative al capitale sociale: una delle evidenze emerse da questi studi, forse un pò sorprendentemente, è che persino la vita media si allunga laddove il capitale sociale è elevato e viceversa l’isolamento sociale è basso. “L’isolamento è un fattore di rischio, come il fumo” ha chiosato, ironicamente ma non troppo, il professore americano. Vediamo ora come il capitale sociale è influenzato dall’emigrazione e dalla diversità etnica.â”L’arrivo degli immigrati in America ha avuto delle conseguenze sulla cucina, ad esempio; ma anche sulla creatività. Moltissimi premi Nobel americani sono immigrati o figli di immigrati; lo stesso vale per gli artisti. I gruppi di lavoro più pluralisti sono anche i più creativi”.Questi sono i benefici dell’emigrazione. L’effetto prodotto dalle migrazioni sul capitale sociale, invece, sembrerebbe essere scoraggiante. “Abbiamo studiato realtà molto omogenee etnicamente e altre molto diversificate, come Los Angeles ma anche piccoli centri con la stessa diversificazione etnica presente nella metropoli. Il risultato è che quanto più una comunità è diversificata tanto più bassa sembra essere la fiducia interetnica. Ma approfondendo la ricerca ci siamo resi conto che la sfiducia, all’interno delle socieà  etnicamente miste, era generalizzata; si era cioè diffidenti non solo verso i componenti delle altre etnie ma anche verso i vicini di casa, indipendentemente dalla loro identità. Le persone, nelle società “miste”, tendono dunque a chiudersi nel loro guscio. C’è una sorta di “effetto tartaruga”. Nelle società meno diversificate, in maniera apparentemente paradossale, la possibilità di fare amicizia con persone di un diverso gruppo etnico invece è più alta.”

Visti così, i risultati sarebbero, appunto, scoraggianti, per quanto riguarda i vantaggi generati dalla società multietnica. â”Quando li abbiamo pubblicati le componenti più razziste della società americana mi hanno pubblicamente lodato. E’ stato imbarazzante. Ciò che mi interessa, però, è spiegare perchè non bisogna fermarsi a queste conclusioni, perchè esse possono essere fuorvianti. Per farlo, devo affrontare il tema dell’identità e di come l’identità possa essere continuamente decostruita. Le identità etniche non sono naturali, sono costrutti sociali. Negli Usa ad esempio usiamo certe categorie, come quella dei “latinos”, mentre non distinguiamo in base alla provenienza da un certo paese piuttosto che da un altro. In passato un matrimonio fra una irlandese e un italiano era considerato un matrimonio “misto”. Oggi questa linea divisoria è caduta; una coppia del genere non viene più giudicata “mista”, anche se i suoi componenti sono ancora legati alle tradizioni dei paesi di riferimento. La considerazione dell’identità, in questo caso, è cambiata, si è decostruita. Ed ancora: in passato distinguere in base alla religione praticata era normale, oggi invece in una classe di liceo ciò non ha più un grande significato. Ciò perchè in passato la regola culturale era cercare un partner della stessa religione, e gli adolescenti si attenevano ad essa. Oggi molto meno; ognuno continua a praticare la propria religione ma la religione in sè non è più una linea divisoria, in quanto la ricerca del partner non tiene più in particolare conto il fattore religioso.”

Insomma, quello di identità è un concetto mobile, fluido. Possiamo cambiarlo per allargare le maglie della società e promuovere l’integrazione fra gruppi diversi, progredendo per tappe, per passi successivi. E il presidente Obama, presente nel titolo della relazione? “Obama non solo è biologicamente una sintesi di diversi gruppi etnici, è anche una persona che cerca dei nessi, delle cose che le persone possono avere in comune. Obama rappresenta ciò che la società americana ha sempre fatto in passato, superare gli ostacoli creati dalle differenze portate sul suolo statunitense dalle successive ondate migratorie. Dobbiamo sforzarci, anche oggi, di creare un nuovo concetto di ‘noi’, come abbiamo fatto molte volte nel nostro passato. Il problema dell’integrazione delle diversità però non è risolto neanche negli Usa: quando ci saremo riusciti, avremo trovato la chiave per trarre dal pluralismo etnico e culturale solo i benefici.”

Da:http://2010.festivaleconomia.eu/node/1270

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