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I Cortometraggi Documentari candidati al Premio Oscar 2019

by • 23 Febbraio 2019 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)139

Fino a qualche anno fa, reperire i cortometraggi documentari candidati al Premio Oscar poteva diventare, a dir poco, una gara di abilità. In tempi più recenti, grazie a siti di quotidiani quali il The New Yorker, o il The New York Times, ma soprattutto grazie a piattaforme come Netflix, sottoporsi alla visione di questi lavori si trasforma con meno frequenza in uno sport estremo. Questa intende essere una guida alle opere nominate al Premio Oscar al Miglior Cortometraggio Documentario (Best Documentary Short Subject), per facilitare la vita a coloro che, durante la cerimonia di premiazione, solitamente pregano che i vincitori di categorie minori quali la suddetta impieghino il minor tempo possibile a ringraziare parenti o produttori. Link attraverso cui guardare i seguenti corti compariranno al termine di ogni scheda di presentazione.

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BLACK SHEEP
Ed Perkins / Jonathan Chinn

Due mesi dopo la morte del decenne Damilola Taylor, ucciso a Londra il 27 novembre 2000, il giovane Cornelius Walker, che viveva a cinque minuti dalla sua abitazione e di poco più grande di lui, si trasferisce insieme alla famiglia nell’Essex. Non passa molto tempo perché Cornelius s’accorga d’essere il bersaglio, in quartiere prevalentemente popolato da bianchi, di una gang. Invece che combattere il razzismo di cui è divenuto oggetto, deciderà di uniformarsi alla violenza dei coetanei, utilizzando particolari creme per sembrare quanto più bianco, in una storia dove l’omologazione diventa l’unica forma di sopravvivenza. Nell’atteggiamento del protagonista, nella maniera insolita d’affrontare la tematica, nonché nel taglio stilistico dato all’opera, Black Sheep non può che ricordare Moonlight, diretto da Barry Jenkins, e temporalmente termine di riferimento più vicino. Little, Chiron e Black ritornano, attraverso l’evoluzione di Walker, che parla, evidentemente vergognandosene, della sua esperienza, dapprima atterrito, poi bersaglio fattosi più accorto, infine forte fisicamente ma fragilissimo nell’anima, nondimeno dotato di una certa sensibilità, tanto da porsi all’attore che lo impersona da giovane in flashback a cui lo stesso Walker in persona non può che assistere inerme. Dalle lenti blu si dipanano i collegamenti tra la fotografia del film di Perkins e di Jenkins, curata dal candidato all’Oscar James Laxton, senza escludere gli archi che riportano alla memoria le musiche di Nicholas Britell, attraverso il cui cullare placido ed estenuante al contempo Chiron impara a nuotare insieme a Juan.

Per guardarlo: (bit.ly/2MtGMk7).

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END GAME
Robert Epstein / Jeffrey Friedman

Già due volte vincitore del Premio Oscar, per i documentari The Times of Harvey Milk Common Threads: Stories from the Quilt, dedicato l’uno al consigliere comunale di San Francisco, primo componente delle istituzioni americane apertamente omosessuale, anche interpretato da Sean Penn, in Milk di Gus Van Sant, l’altro al NAMES Project AIDS Memorial Quilt, l’opera artistica collettiva di maggiori dimensioni al mondo, una coperta realizzata in memoria delle persone morte a causa dell’AIDS, Robert Epstein entra nella cinquina con un tema storicamente più volte nominato, specialmente tra i cortometraggi documentari: la malattia (si pensi ai recenti Mondays at Racine, Joanna, Our Curse ed Extremis, quest’ultimo disponibile su Netflix), in questo caso, insieme a Jeffrey Friedman, che aveva già diretto a Epstein Common Threads, parlando di fine vita, concentrandosi sul lavoro svolto dal medico BJ Miller e dallo staff dello Zen Hospice Project, sempre a San Francisco, come accaduto per i lungometraggi succitati, organizzazione non profit che si prefigge lo scopo di rasserenare quanto più i malati terminali che si avvicinano, assistiti dai parenti, al capolinea, con l’intento però di indurli a ritenerlo sempre una fase in toto della vita, anche se trattasi della conclusione. Epstein e Friedman osservano con contegno e discrezione numerose storie, per poi focalizzarsi in particolare sulla famiglia di una di questi pazienti, la quarantacinquenne Mitra. End Game, se di difetto si può parlare, termina, con l’aiuto di didascalie apposite, sbrigativamente le altre, cercando all’ultimo, durando quaranta minuti, di chiudere il cerchio, comunque permanendo un senso di incompletezza, che sarebbe stato ipoteticamente riscattato, considerando la loro perizia, con un maggior minutaggio, oltre ad alcuni dialoghi che sanno di faciloneria.

Disponibile su Netflix, per guardarlo: (bit.ly/2HWJ0c4).

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LIFEBOAT
Skye Fitzgerald / Bryn Mooser

Dopo le menzioni recenti per Fuocoammare di Gianfranco Rosi e 4.1 Miles di Daphne Matziaraki, l’Academy nomina Lifeboat, girato a bordo di una nave della ONG tedesca Sea-Watch, i cui inserti più toccanti riguardano Jon Castle, già malato durante la sua realizzazione, alla cui memoria è dedicato il documentario di Fitzgerald, ormai rassegnato e amareggiato dal drastico cambiamento nella coscienza globale, rimanendo fiero del suo contributo al salvataggio di migliaia di migranti che tentano di raggiungere l’Europa nella speranza di una vita migliore, al sicuro dalle vessazioni che sempre ritorneranno a tormentarli attraverso la memoria e le cicatrici. In realtà, non c’è molto altro da dire: è un film dell’orrore che più moltitudini vivono ogni giorno, davanti alla crudezza e alla complessità del qual fenomeno, le istituzioni politiche non sembrano né tentare un approccio né rivolgere lo sguardo, col rischio ulteriore di incappare in capi d’accusa, grazie a degli atteggiamenti biechi.

Per guardarlo: (bit.ly/2HuRRT8)

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A NIGHT AT THE GARDEN
Marshall Curry

Breve e lugubre viaggio all’interno di uno dei capitoli più oscuri della storia americana, diretto, prodotto ed editato da Marshall Curry, tre volte candidato al Premio Oscar (Street Fight e If a Tree Falls: A Story of the Earth Liberation Front, entrambi lungometraggi documentari), A Night at the Garden, composto di solo materiale d’archivio, è la ricostruzione terribilmente attuale di un raduno del German American Bund, movimento d’ispirazione nazista, tenutosi il 20 febbraio 1939, presso il Madison Square Garden, al quale parteciparono più di ventimila persone, sullo sfondo del palco a svettare la figura di George Washington. Accompagnato dalle proteste all’esterno dell’arena, l’evento si svolge, finché non sopraggiunge un contestatore, subito fermato e malmenato dai sostenitori del partito nazionalsocialista e pochi istanti anche dalle forze dell’ordine, lì ad assicurarsi che tutto procedesse senza imprevisti, per quanto paradossale possa suonare al buon senso, esposto alla pubblica umiliazione e al riso sprezzante dell’oratore in uniforme, tal Fritz Kuhn, mentre il documentario si fa ancora più raggelante come il lamento dell’acufene che si ode non appena il contestatore viene definitivamente allontanato, e sovrastato. Dopodiché si riprende, tra svastiche e bandiere, con l’inno americano a conclusione. Un invito a tenere alta l’attenzione, un monito alle generazioni future, sulla cui consapevolezza si spera di poter contare, a differenza di un ragazzino, in un dettaglio, raccapricciante e ingenuo insieme, che saltella mentre l’ardire di colui che resiste viene stroncato.

Per guardarlo: (bit.ly/2gDB14C).

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PERIOD. END OF SENTENCE.
Rayka Zehtabchi / Melissa Berton

Nelle campagne dell’India, dove ancora regna il tabù delle mestruazioni, le donne di un villaggio, Kathikhera producono assorbenti a basso costo per rendersi indipendenti. Finanziato, insieme alla macchina dalla quale deriva il Pad Project, dagli studenti della Oakwood School di Los Angeles con vendite di dolci, Kickstarter e maratone di yoga, Period. End of Sentence. non è un film sulla grammatica, come alcune volte è accaduto alla regista, Rayka Zehtabchi, e alla produttrice Melissa Berton, nonché insegnante di Letteratura Inglese presso la Oakwood, Faculty Adviser del Pad Project e madre di Helen Yenser, anni fa studentessa presso lo stesso istituto, e promotrice del Pad Project, club scolastico fondato dalla medesima, per la cui nascita decisiva fu una gita presso la sede della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, di dover precisare. Attraverso le vite e gli sguardi di più donne, si rivela un documentario gioioso e pieno di speranza, che dà voce a tutte, da Sneha, aspirante poliziotta che sogna attraverso l’addestramento, che finanza attraverso i ricavi con la macchina che produce assorbenti, di scampare al matrimonio, per ritenersi indipendente e lontana dallo stigma che colpisce il genere femminile raggiunta la pubertà, tanto da impedire a innumerevoli ragazze di proseguire gli studi, a causa della mancanza di sensibilità e pudore da parte di molti uomini, o di frequentare i templi, perché considerate sporche ed impure, dalle donne che visitano casa dopo casa per trovare potenziali consumatori e negozio dopo negozio per gli eventuali distributori, che lavorano giorno e notte, nelle rare occasioni in cui non si riscontrano interruzioni d’energia elettrica passato il tramonto, per equilibrare domanda e offerta, ai mariti, padri e fratelli che osservano, un po’ attoniti un po’ divertiti dall’industriosità di mogli, figlie e sorelle, uomini tra i quali se interpellati erano portati istintivamente, come molte studentesse, che in classe sussurrano le frasi per la vergogna, che ridono davanti alla camera per l’imbarazzo, a guardare il ciclo con distacco e indifferenza, come per evitare una malattia, che colpisce esclusivamente le donne. Insieme ai corti documentari, vincitori nelle scorse edizioni, Saving Face A Girl in the River: The Price of Forgiveness, pakistani e diretti entrambi da Sharmeen Obaid-Chinoy, rappresentare la chiusa di notevole trittico sulla condizione femminile nel sud-est asiatico. In italiano Il ciclo del progresso.

Disponibile su Netflix, per guardarlo: (bit.ly/2EbCZ7g).

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Note o Statistiche

  • Per Ed Perkins e Jonathan Chinn è la prima candidatura al Premio Oscar.

  • Per Robert Epstein è la terza candidatura al Premio Oscar, preceduta dalle vittorie per i documentari The Times of Harvey Milk (1985) e Common Threads: Stories from the Quilt (1990). Per Jeffrey Friedman si tratta della prima.

  • Per Skye Fitzgerald si tratta della prima candidatura al Premio Oscar. Bryn Mooser è alla seconda, dopo la nomination al Miglior Cortometraggio Documentario per Body Team 12 (2016).

  • Per Marshall Curry si tratta della terza nomination, dopo le candidature al Miglior Documentario per Street Fight (2006) e If a Tree Falls: A Story of the Earth Liberation Front (2012).

  • Rayka Zehtabchi e Melissa Berton sono alla prima candidatura al Premio Oscar.

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Luigi Ligato

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