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Si comincia dalla fine. I giganti della montagna per Arti Vive

by • 4 febbraio 2017 • QuartaPareteComments (0)989

Partiamo da quello che non c’è. A I Giganti della Montagna di Luigi Pirandello manca il finale, un terzo atto progettato e mai composto, confidato nelle sue linee di sviluppo dall’autore al figlio Stefano, forse sussurrato negli ultimi giorni di vita. Un enorme buco (fossa, ma anche galleria) in una drammaturgia che condiziona il Novecento, italiano e non solo, tra emulazione e negazione.

Su quello che non c’è nasce un intero spettacolo: I Giganti della Montagna atto III, una produzione Opera Nazionale Combattenti / Principio Attivo Teatro, andato in scena per Arti Vive Stagione Teatrale a Soliera il 2 febbraio.

Giunti all’improvviso e subito al terzo atto, potremmo ignorare quanto precede, ovvero le pagine pubblicate dal drammaturgo di Girgenti: dimentichiamo la compagnia girovaga di guitti e gli Scalognati, la villa del Mago Cotrone, le evocazioni spiritiche e i fantasmi del passato, contrasti e battibecchi attoriali, collisione tra realtà, finzione e sogno. Forse dovremmo davvero dimenticarlo, perché ricominciare tutto dal terzo atto, ovvero sapere che c’è un passato ma puntare tutto sul vivere il presente, pare un buon programma per i figli del Teatro.

Quindi, terzo atto: un gruppetto di attori, su invito dei Giganti eponimi, devono allestire un dramma, La favola del figlio cambiato dello stesso Pirandello, per un pubblico impegnato a pasteggiare in piazza per un matrimonio. I Giganti, magnanimi e ottusi, sono assenti; il popolo rumoreggia e minaccia violenza; gli attori hanno paura e, quando la protagonista comparirà in scena, verrà eliminata.

Dove può essere la soluzione di questo dramma su un teatro impossibile se non inutile, per un’epoca di sovvenzioni cieche e di spettatori carnefici? Forse si trova in Giganti improvvisamente illuminati (magari resi Gentili)? O in un popolo che rinuncia all’arena e trasferisce la propria ferocia non contro i capri espiatori di turno, ma contro i potenti? Oppure in attori più potenti dei giganti e più feroci e veloci a cambiare d’umore del Popolo stesso?

Nello spettacolo, con la drammaturgia di Valentina Diana e la regia di Giuseppe Semeraro, il pubblico è un ostaggio in mano agli artisti che, per un’ora e poco più, sequestrano il suo bene più prezioso, il tempo, occupandogli la mente, l’animo, gli occhi. Si è portati a credere che sia il pubblico ad avere il coltello dalla parte del manico, ma nel campo dell’arte non c’è manico: solo una lama che artista e spettatore devono imparare a utilizzare senza ferirsi l’un l’altro (o almeno senza ferirsi troppo), vivi nel sentire quel filo tagliente, contenti di avere ancora mani sensibili che celebrano un incontro per riemergere dall’ottuso.

Un pubblico doppio: il primo siamo noi, nella platea delimitata da filo spinato e nastro rosso e bianco; poi c’è la platea della finzione, dichiaratamente posticcia, al di là del telo illuminato, risultato del montaggio di rumori, fischi e schiamazzi (la partitura sonora è di Leone Marco Bartolo) di una spaventosa finta folla intenta a consumare noccioline e disprezzare poesia e teatro. Lo sappiamo che siamo anche noi, quella folla che circonda i Giganti, quando agli artisti corrispondiamo il prezzo del biglietto, ma non quello della presenza, carica di attenzione e disponibilità. Con lo spettacolo, leggero ma non troppo, di Opera Nazionale Combattenti viene da chiedere perdono per quelle sere in cui non si è creduto che, anche a teatro mezzo vuoto, abbiamo espresso un giudizio troppo svelto o abbiamo esagerato nelle battute con un amico sugli attori, o quando abbiamo infastidito con le noccioline dei nostri pensieri preconfezionati chi aveva scaldata, pronta proprio per noi, la sua anima irripetibile.

Siamo un pubblico, ci ricorda lo spettacolo, che non è più capace di credere ma che, ogni sera, va a teatro facendo finta di credere: loro lo sanno, lo sanno gli artisti – e con questa convenzione continua la rappresentazione

Resta il problema dei Giganti, che al dramma non assistono, ma lo sovvenzionano per intrattenere la folla. Lo spettacolo non cerca di dare nome e volto preciso a questi Giganti, che potrebbero facilmente essere identificati con questo regime o quel ministro, quell’ente, associazione, bando, premio, partito, fondazione, politico, assessore e via dicendo. Qualcuno, come Brecht, ha puntato chiaramente il dito contro alcuni Giganti, chiamandoli con il loro nome e cognome o travestendoli di ridicolo: ne sono nati drammi e spettacoli acclamati dal popolo e allestiti dai Giganti della generazione successiva.

Non c’è, né in Pirandello né in questo spettacolo, il disprezzo per un pubblico troppo pop da parte di artisti estenuati e ipersensibili. Scalcaganti e Scarrozzanti, gli attori stessi  (Leone Marco Bartolo, Dario Cadei, Carla Guido, Otto Marco Mercante, Cristina Mileti e Giuseppe Semeraro) vedono e dicono benissimo tutti i limiti e i difetti della propria opera collettiva e della loro singola recitazione. Si inizia e si finisce con una marcia funebre, comprensiva di qualche inciampo e di bagagli ingombranti e colorati, salma compresa, ovvero Ilse, l’attrice, intenta a cantare il suo Lascia ch’io pianga, epicedio e ouverture della pièce.

La compagnia dichiara di volere un teatro vecchio, contro il teatro giovane e delle avanguardie; ma il pubblico che cercano è un pubblico giovane. I costumi, il trucco, la recitazione e il testo ammiccano spesso al Teatro Vecchio, assumendo fogge, parrucche, occhiacci, cappelli, facendo ballare guancia a guancia, con ruvido affetto, la finissima interprete ipersensibile e il musicista con catenona d’oro, panza e pelo, mischiando sigarette (e qualche canna) e antinfiammatori per la diva con l’emicrania, mentre il regista si diverte a umettare con sprazzi di nostalgia pirandelliana, magia meta-teatrale e citazioni liricissime il divergere delle improvvisazioni, i contrasti e gli insulti tra attori.

Sembra proprio un enunciato da Teatro Vecchio, dire che a salvare il teatro dall’impossibile conciliazione tra pubblico, attori e Giganti di turno potrebbe essere il testo, ospite scomodo (fatto uscire dalla porta e anche dalla finestra, sepolto, sfregiato anche nei pochi ritratti che ancora ne rimanevano) e forse sublime parassita della Letteratura sul corpo vario e proteiforme della scena.

Lo spettacolo si sviluppa in bilico tra due situazioni atipiche nel rapporto tra testo e pubblico. Da un lato si propone un terzo atto, un finale privo di ciò che lo precede. Dall’altro, si propone un testo incompiuto o, meglio, la parte incompiuta, e solo quella, di un testo. Il problema della paternità di questo terzo atto ci consegna una drammaturgia  mossa da occhi attentissimi e mani invisibili, un testo fantasma, se non un vero e proprio scheletro drammaturgico su cui far crescere polpa e pelle, così come fantasmi accompagnano gli Scalcagnati e di carne, durissima e spessa, sono i Giganti.

Un testo che è testamento: la registrazione a sipario calato che apre lo spettacolo ricostruisce le parole di Pirandello al figlio Stefano, dichiarando subito che siamo su un letto di morte. Una morte non troppo funebre, però, con quella ariosa serenità dell’autore di Una giornata e di altre novelle dove non è poi così difficile sparire, con un po’ di sole e le persone che ami attorno.

 

Tutto lo smaniare degli attori, tra coretti di travestiti e sigarette a non finire, tra barzellette sommerse dai boati e confessioni a bordo palco, tutto diventa un girotondo attorno all’assente, per aiutarci ad accettare che il testo del Poeta finisca nel nulla, assistendo al suo spegnimento progressivo di lazzo in lazzo, contornato da spari e ribellioni, inserendo il teatro del silenzio nella poesia della parola.

Quella che in realtà era una questione ineludibile per ogni messa in scena dei Giganti (ovvero come finire la serata, rischiando di giocarsi i due atti precedenti), qui diventa rischio assoluto, assunto con consapevolezza, guardando in faccia lo spettatore per dirgli: non so se è proprio così, proviamo io a te a continuare. Si tratta di una partita con la morte che sembrava aver imposto alla scena una pagina bianca. Ma il teatro è fatto da molte mani e se quella che spargeva inchiostro sul foglio si è arrestata, altre mani continuano in sua vece questa ultima confessione, che mi piace immaginare detta guardando il soffitto o la finestra, quinte perfette perché il dramma sfoci dal nulla e al nulla ritorni.

 

Stefano Serri

 

immagine evidenza: www.teatrotestori.it

 

www.principioattivoteatro.it

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