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Sieranevada – di Cristi Puiu (2016)

by • 1 luglio 2017 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)384

 

 

«Sì, papà. Vengo subito. (…) Sono ancora sotto la doccia. Lo so. Certo, papà, scendo subito». 

Correnti 

Il titolo Sieranevada va preso seriamente. L’inizio di Sieranevada va preso seriamente.

L’inizio di Martha di Fassbinder, soprattutto. A Roma, non molto lontano dalla chiesa della Trinità dei Monti, un uomo vestito completamente di bianco, uno straniero, uno sconosciuto, s’inoltra nella camera d’albergo d’una giovane donna tedesca, Martha, che si prepara a vedere il padre. Dopo un sussulto di lei, El Hedi ben Salem, imperlato di sudore, una mummia di tessuto, beatamente immobile sotto il peso della stoffa, non simula terrore per la propria fissità, tanto da ricordare Le cinque variazioni, Lars von Trier contro Jørgen Leth. Segue un molto forte, incredibilmente vicino: «Prego, fuori da questa stanza. Subito! Chiamo il portiere!»

«Uomo. Donna. Sigaro. Uomo! Ecco l’essere umano perfetto. Ecco l’essere umano perfetto. Esamineremo che aspetto ha l’essere umano perfetto, e cosa sa fare. Esaminiamo l’essere umano perfetto. L’essere umano perfetto si spoglia. Di cravatta. Giacca. Scarpe. Pantaloni. Camicia. Movimenti! Ecco l’essere umano perfetto».

A Bucarest, tre giorni dopo l’attentato contro Charlie Hebdo e quaranta dopo la morte del padre, Lary trascorre la domenica con tutta la famiglia, riunita per commemorare il defunto. Non tutto, però, va come previsto: tra discussioni, contrasti, segreti, complotti, Lary si vedrà costretto ad affrontare le proprie paure, a riconsiderare il proprio posto all’interno della famiglia. E a dire le sue verità.

Girato prevalentemente in un appartamento, in alternativa dall’interno di un’automobile, se si considera la scena iniziale, Sieranevada è un luogo, uno spazio fisico, un posto in cui si è presenti ma qualcun’altro non è più presente, soprattutto un titolo, che ha fatto passare la voglia ai distributori internazionali di cambiarlo, assumendo che anche Delitto e Castigo di Dostoevskij non sia un romanzo sul delitto e il castigo, ugualmente all’inizio di un luglio straordinariamente caldo, che Lo Straniero di Camus tratti del senso d’alienazione, quindi dove sarebbe lo straniero, Sieranevada è una discrepanza tra titolo e senso del racconto, Sieranevada è la volontà di mettere in relazione la sua (di Puiu) storia e la grande Storia della Romania post-Ceausescu.

L’esuberanza e la prodigalità, nelle intenzioni, nei progetti, nelle anticipazioni, di Puiu permettono alla sua lingua di possedere definizioni atte a dosare in qualche modo il grado della realtà, a precisarne il carattere duttile, dicendo francamente che la fatalità di quel quartiere è che niente vi si concluda, affermando semplicemente che una verità e una realtà oggettive non esistano, poiché nessuno potrà sfuggire da ciò che ha in mente, e Puiu, nella sua fermezza, nel timbro profondo e funereo, ricorda Dr. Akagi, il Dottor Fegato di Imamura, medico condotto dalle buone gambe, un fissato che a sentirlo soffrono tutti di epatite, per metà del tempo, per la restante, uno incapace a oltrepassare un certo punto morto, come se i suoi gesti s’esauriscano prematuramente, movimenti abbozzati sospesi nell’aria, mentre tenta di convincere una ragazzina a non prostituirsi, poiché, per avere una conversazione educata e arrivare a una conclusione accettabile, due persone dovranno adattare le proprie idee sugli argomenti di cui vanno discutendo, definitivi ed assurdi.

Si creerà un consenso, altrimenti l’ideologia. Ognuno si fa la propria storia. (Pure se sull’11 settembre).

«Anche lo spettatore, quando guarda un film, riscrive la propria storia. Io non avevo intenzione di costruire delle metafore. Sono partito dalla topografia dell’appartamento: c’è un bagno, che ovviamente si usa con la porta chiusa. Di là c’è un bambino che dorme e si fa attenzione a non svegliarlo. Un’altra porta chiusa dove avviene una confessione, è ovvio, nessuno vuole far sapere che sei stato tradito. La chiusura delle porte, quindi, è funzionale al racconto, e mentre scrivevo mi chiedevo: e ora cosa farò con tutte queste porte chiuse? Dove devo mettere la macchina da presa? Credo che la lettura in chiave metaforica appartenga alla libera interpretazione dello spettatore, ma non intendevo fare un film sulla società post rivoluzione. Costruire metafore secondo me è da stronzi. Le metafore sono proprietà esclusiva dello spettatore, dei testimoni e non dell’autore. Ci sono autori che giocano con le metafore, ma quello è un terreno traballante, instabile, perché la cosa importante è dove metti la macchina da presa. Tutto il resto è una conseguenza di questa scelta etica».

Una franchezza del genere, sommata a una durata del genere, non appartiene a un artista qualsiasi, un pittore dapprima, successivamente ritenutosi, secondo autocritica, troppo matematico, troppo attento alle proporzioni, per apprezzare esclusivamente le composizioni di Kurosawa, prendete Sogni su tutti, bensì a un fervido amante di Cassavetes, fulminato da quell’infervorata di Mabel Longhetti, ascolta La Barriera d’Enfer*. Ed è così che Puiu si comporterà verso la durata, come in una storia d’amore, non si sa quando finirà.

Franchezza, infine, nel liquidare l’etichette: certamente si rivela semplice sciorinare le parole nuovo cinema romeno, invece che elencare tutti i nomi dei registi. E, a ragione: è la conseguenza del fatto che un gruppo di registi romeni, nel giro di un paio d’anni, siano stati selezionati ai festival principali, Cannes e Berlino, vincendo dei premi, a partire dal 2005, con La morte del Signor Lazarescu, ammesso nell’Un certain regard. La logica del festival e la logica del fare cinema non necessariamente coincidono. I premi non contano e non hanno importanza. Ma sono utili per entrare nel pantheon del cinema contemporaneo, diventare un semidio. Per esempio, Puiu non frequenta i suoi colleghi, ma quello che considera il migliore è Porumboiu, e mainstream Christian Mungiu, il primo a vincere una Palma d’Oro, con 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni (2007). Un capolavoro.

«A proposito, perché non ci sediamo a tavola?»

 

Luigi Ligato

 

Nota

*La Barriera d’Enfer: terzo quadro dell’opera La Bohème, di Giacomo Puccini (1893-95), i cui ultimi minuti si possono sentire nel film Una Moglie, di John Cassavetes (1974), a partire dal Rodolfo praticamente in lacrime, il cuore spezzato che continua a chiedere a Mimì se sia davvero finita, e cerca di scacciarne il pensiero. Mimì con la voce rotta dall’emozione, dice a voce alta: soli d’inverno, è cosa da morire. Proponendo velatamente, di restare insieme per l’inverno, e prendere la grave decisione di lasciarsi in primavera. Quindi, vivranno ancora.

Filmografia

Le Cinque Variazioni, regia di Lars von Trier e Jørgen Leth (2003)
Dr. Akagi, regia di Shohei Imamura (1998)
Martha, regia di Rainer Werner Fassbinder (1974)
Una Moglie, regia di John Cassavetes (1974)
La Morte del Signor Lazarescu, regia di Cristi Puiu (2005)
4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni, regia di Christian Mungiu (2007)
Sogni, regia di Akira Kurosawa (1990)

 

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