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Springsteen on Broadway – di Thom Zimny (2018)

by • 19 Dicembre 2018 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)44

“Dobbiamo tentare. Magari ci sbatteremo la faccia contro, ma se così sarà, l’avremo sbattuta con onore, con una chitarra in mano e il rock nei nostri cuori.”

School of Rock, Richard Linklater (2003)

 

Freehold, New Jersey. Anni 50. Un bambino esce di casa e si piazza sul portico. In mano stringe una chitarra più grande di lui. E’ una bella giornata e i figli dei vicini stanno giocando nei rispettivi cortili. Il bambino li guarda e inizia lo show. Imbraccia lo strumento, grida strimpella e si dimena. Non sa suonare né cantare ma qualcosa gli impedisce di arginare la sua foga, in un delirio di parole senza senso e pose da rockstar. Sbigottiti, i bambini smettono di giocare e lo guardano in silenzio.

 

I know it’s only rock ‘n’ roll but I like it.

 

Il palco del Walter Kerr Theater è buio e minimale. Un faro a occhio di bue si accende. Sorpreso, quel bambino si dilegua per far posto a un uomo adulto, non più giovane. Avrà più o meno 70 anni, portati benissimo. Imbraccia una chitarra ed è lì per raccontarci una storia. Una storia, lo capiamo all’istante, avventurosa come un romanzo ma dolorosa e profonda come una preghiera.

 Avanti Bruce, siamo qui per te.

 

Prendendo spunto dall’autobiografia Born To Run, quello messo in scena da Bruce Springsteen è uno spettacolo intimo e toccante. Una sorta di teatro canzone in cui il narratore prevale sul cantante, l’uomo prevale sul mito.

Dall’infanzia nel Jersey operaio e sempre uguale a se stesso, ai sogni di fuga e di rock n’ roll; quella a cui assistiamo è una lunga confessione in cui il rocker si mette completamente a nudo, forse ancor più di quanto non avesse già fatto con le sue canzoni.

Per quanto capolavori come The River (1980) e, soprattutto, Nebraska (1982) avessero già chiarito in maniera inequivocabile quanta disillusione, sensibilità e sofferenza animassero il nostro; Springsteen on Broadway ribadisce con forza cosa significhi essere un artista e un simbolo nell’America (e nel mondo) di oggi ma, allo stesso tempo, una persona reale e concreta, con le proprie debolezze ansie dolori e sfaccettature. Un fiume di parole, spesso splendide ed evocative, in cui le canzoni, completamente riarrangiate per l’occasione, fanno da collante amplificandone il significato e l’impatto.

Tanti sarebbero infatti i passaggi da mandare a memoria. In tema di paternità, ad esempio, Springsteen ci/si chiede: «Per i nostri figli siamo fantasmi o antenati? Li perseguitiamo con gli spettri dei nostri errori o gli camminiamo a fianco, liberandoli dalle catene dei nostri sbagli e li assistiamo mentre cercano la loro strada, e un po’ di trascendenza?». Per non parlare della scarnificata e straziante versione di Born in the U.S.A. (qui la potete ascoltare), uno dei pezzi più fraintesi e sfruttati del repertorio springstiano, a cui la veste acustica “restituisce” il significato pacifista originale (incomprensibile in questo senso la scelta di Netflix di non sottotitolare anche le canzoni, ma tant’è).

 

Forse rimarrà un oggetto per soli fan, ma Springsteen on Broadway è un’opera straordinaria per potenza e integrità artistica. Un atto d’amore, di fede verso la musica e il suo potere salvifico.

Del resto, «la storia ha un significato, l’anima del passato rimane nelle canzoni che cantiamo».

 

Grazie a te Bruce, davvero.

 

 

Giulio Morselli

 

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