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“Teatro” debutta al Teatro Storchi

by • 11 Gennaio 2016 • QuartaPareteComments (0)1013

 

Era davvero un mondo di carta, sorretto da missive, volantini, manoscritti: un mondo dove il ticchettio della macchina da scrivere e quello dell’orologio si fondevano nelle camere di artisti, burocrati e intellettuali; un mondo dove il brusio dei fogli ricordava quanto è sottile la vanità del voler fermare per sempre un pensiero in parole.

Come in una lunga lettera-diario di un soldato a casa: così ci appare ora “Istruzioni per non morire in pace”, esito spettacolare del progetto “Carissimi padri”, dopo avere visto la terza e ultima parte, “Teatro”, che ha debuttato il 10 gennaio al Teatro Storchi. Una fitta corrispondenza (a senso unico?) dal figlio al padre, dove trovano posto i ricordi felici, il presente desolato, il futuro (senza aggettivi). Metto quindi in epistola le ultime righe su questo triduo spettacolare.

 

Caro Teatro,

teatro1ieri sera, nella tua casa di Modena (quella grande, che sfoderi per occasioni solenni) abbiamo parlato con te di tante cose: anche di te, certo (a volte, lo sappiamo tutti, ti parlti un po’ addosso), ma non solo.

Nulla di nuovo ieri sera, a tuo proposito: lo dico senza delusione né risentimento. Le irruzioni tra il pubblico, bombardato da volantini e strilloni; le convenienze metateatrali; le maschere e  le parodie dei potenti (anche sbeffeggiati rimangono terribili); le musiche e le musichette, lo Schubert e uno Strauss; tra botole e scaloni, pure l’arredamento (quel siparione rosso luccicante o il macchinoso avanti e indietro tra tavole di casa, letti e specchi) è rimasto quello. L’eleganza e il bon ton dei costumi, quelli di Gianluca Sbicca, continuano a frusciare sulla scena. Anche la cartina della vecchia, feroce Europa ha tornato a fare capolino.

Queste consuetudini, però, mi hanno confortato molto sulla tua salute. Lasciatelo dire: non hai bisogno di cambiare aria, ma di usare meglio l’aria già a disposizione, respirando per dialogare, ridere, cantare e intavolare un commercio di idee tra passato e presente. La dialettica, in fondo, è un tratto della tua personalità che spero non cambierai mai.

Ho rivisto un sacco di tuoi amici, sai? Non dico gli attori, che continuano imperterriti (ma cosa mangiano?) ad animare con tutta la loro energia i molti discorsi e le troppe citazioni, ma quelli che non ci sono più, gli amici di un tempo. C’erano Kafka e Kraus: il primo sembrava entrasse un pò a sproposito, invece, sulle spalle di Simone Tangolo, ha sbavato una scia chiarificatrice con quelle sue zampette di scarafaggio. C’erano ancora Freud (non era uno dei tuoi intimi, ma avevate buoni rapporti) con i siparietti puntuali e pungenti di Lino Guanciale; c’era D’Annunzio, che con te ha filtrato a lungo, anche se oggi lo portano in scena più per sbeffeggiarlo che per rappresentarlo. Un po’ defilato, c’era pure Piscator. Tanti altri, anche nelle sere scorse, erano già passati nel tuo salotto, come Sarah Bernhardt, divi del varietà, futuristi o qualcuno che assomigliava loro. E non potevano mancare i critici, come Polgar e Kerr. Insomma, belli e brutti, c’erano quasi tutti. Una grande rimpatriata, in tuo onore.

Ma gli altri, tu, li conoscevi? Non solo i borghesi che stavano là, ben lontani da te, nel palchetto; non solo i politici, che spesso ti usarono per le loro concioni, o ti nominano se tocca loro in sorte il ministero alla Kultura. Loro, intendo i protagonisti di queste tre serate: i giovani, i figli, i soldati. Li frequenti ogni tanto? Spero di sì: hanno davvero bisogno di starti vicino. Hanno bisogno, soprattutto, della tua lingua, del tuo supporto dialogico, di frasi lunghe e pensose dotate di ritmo; hanno anche bisogno di incisi e di quelle lunghe citazioni che, spesso, saltano fuori: non per vanto, ma per radicamento. Ne hanno bisogno da sempre, per bilanciare l’ingerenza di altre lingue: quelle che non devi cercare, perché ti circondano, pronte, senza sforzo. Basta ricordare quante volte e da ogni dove, in queste sere, sono saltati fuori gli strilloni, per capire di quale linguaggio parlo.

Trascrivo qui alcune righe di un italiano, un certo Goffredo Parise: ti ha frequentato poco, e poco c’entra qui, ma credo spieghi meglio di me cosa intendo.

“Come una lingua, in questo caso la lingua italiana, può essere usata o abusata in senso antidemocratico e dittatoriale? È molto semplice: quando un lettore medio non giunge a capire il senso né delle frasi, né delle parole (il contenuto). Quando cioè il lettore si trova di fronte non a uno strumento di informazione, espressione o dialogo ma a un monologo oscuro che, in modo appunto dittatoriale, suggerisce al lettore che se egli non è in grado di capire, altri sono in grado di capire. Quando infine la lingua italiana cessa di essere uno strumento di comunicazione teoricamente accessibile a tutti coloro che sanno leggere e scrivere e diventa un codice cifrato di élite o addirittura una res nullius utile a riempire di sola fonia, di puro suono il grande e silenzioso vuoto tra chi pensa, parla e scrive e chi pensa e ascolta.”

I tuoi figli, tutti quelli che si danno da fare sul tuo palco, hanno di fronte proprio la sfida di tirare fuori la lingua (quella italiana, ad esempio) dal pantano di nulla che può diventare. Anche io, lo confesso, scrivo a volte le frasi più attratto dal suono che non dal messaggio di senso: recensire, ad esempio, dovrebbe portare a esercizi di estrema chiarezza, senza infangarsi in liquami idelogici e in termini astrusi. Se il critico dorme a teatro, lo dovrebbe dire: invece racconta i suoi sogni. Parise continua il suo discorso su lingua&potere dicendo che, purtroppo, molti italiani credono che una persona sia di cultura solo se sfoggia tecnicismi e latinorum. Le “Istruzioni” mostrate in queste tre serate mi hanno confermato che c’è un’alternativa. Nonostante l’oscurità profonda della materia; nonostante le mille storie e le mille voci che chiedevano con insistenza di essere narrate e ascoltate; nonostante i gorghi del linguaggio aperti in ogni dove: ecco emergere, anche se a tratti con fatica, la volontà di chiarire, di dialogare, di togliere alla lingua l’aura e l’impostura. Ci hanno provato, davvero. Mancavano, non so perché, i dialetti, se non per farci ridere: ma è anche vero che la parola, in questo spettacolo, era per lo più parola scritta, stampata, prelevata dalle fonti. E non si scriveva, e non si scrive, quasi mai in dialetto.

Ormai devo finirla, questa lettera, andata troppo oltre la misura dell’inserto culturale; però, caro Teatro, mi raccomando: vediamoci presto e vediamoci spesso.

Non è stato per niente facile, sai, parlare di questo spettacolo, essendoci un regista, Claudio Longhi, che mi è stato professore di teatro all’università. Pur tra tante incongruenze, la tua casa, Teatro, diventa presto una famiglia, con i suoi parenti terribili, i veleni nei suoi dinner party, i falsi sorrisi e gli applausi sinceri. Vedi: anche per chi, come me, non è che un parente lontano e acquisito, non risulta difficile scriverti come a un congiunto, anche se questa lettera verrà, probabilmente, cestinata tra molte altre.

Sono comunque molto contento di averti visto bene e in forma, in queste tre serate. Con affetto,

Stefano Serri

www.carissimipadri.it

immagini: ERT

 

 

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