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TimeOut con Alessandro Mamoli: breve intervista al giornalista di Sky Sport ed ex giocatore dell’Olimpia Milano

by • 2 Maggio 2011 • TimeOut, TimeOut NbaComments (2)3092

 

Nella notte immediatamente successiva all’eliminazione dei Denver Nuggets (e con essa del nostro Danilo Gallinari) dai Playoff NBA ad opera degli Oklahoma City Thunder di Kevin Durant, la collaborazione tra TimeOut e TimeOut NBA diventa effettiva, sfociando in questa intervista, già programmata da qualche tempo, ad Alessandro Mamoli, giornalista sportivo ed attuale telecronista per le partite NBA e della Serie A italiana su Sky Sport.

Approfittando della grande disponibilità di Alessandro, gli abbiamo posto alcune domande partendo dai temi “più caldi” del basket italiano e d’oltre oceano fino a toccare quelli più “personali” riguardanti la sua carriera cestistica e giornalistica per mostrare un esempio di come il basket possa esser valorizzato e di come un appassionato della palla a spicchi possa, mediante il giusto impegno e la giusta dose di fortuna, sfondare in un mondo che nel nostro Paese viene spesso messo in seconda luce.


Iniziamo subito con uno dei temi più caldi dell’NBA nelle ultime settimane: le trade (anche e soprattutto in relazione ai risultati nel finale di regular season e nelle prime partite dei Playoff).Qual’è la sua opinione sugli scambi avvenuti tra New York e Denver, i quali, tra le altre cose, hanno coinvolto anche il nostro connazionale Danilo Gallinari? Cosa ne pensa delle altre grandi trattative, conclusesi come buzzer-beater nel mese di febbraio? Quali ritiene siano state le trade più vantaggiose in previsione Playoff ed in previsione futura?

M.- Qualsiasi tipo di trade, ma ancor di più questa, ha bisogno di tempo per essere valutata. I Denver Nuggets sapevano che avrebbero perso Carmelo Anthony al termine della stagione e hanno cercato di portare a casa il più possibile, d’altra parte New York ora è ad un paio di giocatori dall’essere competitiva (anche se al momento è priva di “supporting cast”). Mentre ai Knicks era richiesta un risposta immediata, Denver ha tutta l’estate per valutare che come orientarsi nel prossimo futuro: Kenyon Martin, J.R. Smith e Wilson Chandler sono in scadenza di contratto e nessuno ha la certezza di restare (soprattutto per quanto riguarda i primi due), ma la vera domanda è: vale la pena tenere Felton con un Lawson così in forma, puntando su Gallinari e Lawson? Lasciamo passare l’estate e lo scopriremo.
Tra tutte le trade, i movimenti di Denver mi sembrano i più vantaggiosi in chiave futura mentre per quanto riguarda gli altri scambi, Orlando ha chiaramente mosso per provare a vincere subito, Washington ha accettato per cominciare a costruire intorno a Wall e per quanto riguarda lo scambio Boston-Oklahoma City penso abbia favorito più i secondi che adesso, con Perkins (e Ibaka) risultano competitivi contro chiunque. Molti affermano che i Celtics senza “Perk” si siano indeboliti: può darsi, però è bene ricordarsi che nelle gare di inizio stagione, quando Boston vinceva e convinceva, Perkins era ancora fermo ai box. Vediamo ora contro Miami che succede, dopo di che si potrà avere un quadro più completo.

Rimaniamo in tema di NBA “all’italiana”: come giudica le prestazioni del Gallo, con Denver contro i giovani e talentuosi Oklahoma City Thunder, e dell’altro italiano ai Playoff, Marco Belinelli, con la casacca dei New Orleans Hornets, avversari dei campioni uscenti Los Angeles Lakers?

M.- Sia Danilo che Marco erano ai primi Playoff NBA della carriera. Il Gallo forse aveva qualche responsabilità in più sulle spalle, soprattutto per il compito affidatogli da coach Karl in difesa: contenere l’incontenibile Durant. Non è andato male, ma è necessario che qualcuno cominci a fargli capire che cosa Denver vuole da lui e qual’è il suo ruolo all’interno della squadra. Non è possibile che passi dall’essere giocatore decisivo in gara 4 all’essere dimenticato in panchina in gara 5. Marco sta dando il solito apporto, esattamente come nella regular season, e il suo rendimento dipende chiaramente dalle percentuali al tiro, ma alla fine i suoi playoff si possono considerare soddisfacenti, e le belle parole spese da (coach) Monty Williams nei suoi confronti fanno pensare ad un possibile rinnovo in arrivo.

Per concludere l’analisi dei giocatori “azzurri” militanti nella massima serie americana, parliamo di Andrea Bargnani,  per il secondo anno consecutivo fuori dai Playoff, proprio nello stessa stagione in cui i Toronto Raptors hanno puntato su di lui come “giocatore franchigia”. Come giudica la sua stagione e quale pensa possa esser la scelta migliore per il suo futuro, dopo che il il capoluogo dell’Ontario è sempre più diviso tra chi lo vorrebbe ancora in squadra e chi pensa non sia in grado di reggere simili responsabilità?

M.- Andrea ha chiuso la regular season numericamente alla grande (21,4 PuntiPerGara con 5,2 Rimbalzi), salvo poi esser coperto di piume e catrame da Brian Colangelo nell’intervista di chiusura della stagione 2010-2011 dei Toronto Raptors. Se il presidente e General Manager dei Raptors(in scadenza di contratto) ha usato quelle parole per spronarlo o per scaricarlo, lo scopriremo presto, ma per il suo bene gli auguro di finire in una squadra in cui gli chiedano di fare non il primo violino, ma il secondo o il terzo.

Tornando alla post-season, i Playoff NBA sono già ben avviati, si chiudono le prime serie ed è già tempo di verdetti per alcune squadre: da una parte stupiscono le repentine eliminazioni di New York Knicks e Denver Nuggets, così come le situazioni oltremodo complicate delle favorite San Antonio, Orlando e Los Angeles, mentre Chicago, Boston e Miami passano il turno con relativa facilità. Cosa pensa si debba dedurre da questi primi risultati? Quali sono le sue previsioni?

M.- Onestamente le eliminazioni fulminee di NY e Denver non mi sorprendono granché. I Knicks hanno dimostrato di non avere un sistema convincente dopo la trade e ho qualche dubbio sulla convivenza Stoudemire-Anthony, due che giocano le stesse zone del campo ed hanno caratteristiche simili; infatti entrambi fermano il gioco in isolamento e si affidano all’1vs1, così la squadra è apparsa spesso prevedibile.

Tra le altre, sorprendono i Memphis Grizzlies, anche se, dopo la vittoria in gara 5, San Antonio potrebbe aver ritrovato l’inerzia della serie, nonostante si torni a Memphis per gara 6. Se gli Spurs hanno ancora energie da spendere, non escluderei una gara 7.

Orlando è un’altra squadra che mi ha convinto poco dopo la trade e probabilmente ha trovato l’avversario peggiore; infatti anche la regular season racconta di come gli Atlanta Hawks abbiano spesso messo in difficoltà i Magic (usciti sconfitti dagli scontri diretti 3 volte su 4 quest’anno).

Per quanto riguarda i Lakers, forse non si aspettavano degli Hornets così tosti, ma li ritengo favoriti, dal momento che penso che cresceranno durante i playoff.

Se devo fare un pronostico, mi affido al romanticismo puntando su una finale Chicago Bulls-Los Angeles Lakers, esattamente come 20 anni fa con coach Jackson sull’altra panchina. Ma attenzione a Boston, Miami ed Oklahoma City che potrebbero rivestire il ruolo di guastafeste.

Passiamo ora ad uno degli avvenimenti più emozionanti e suggestivi per tutti gli amanti della pallacanestro “made in Italy”: il ritorno in campo di coach Peterson, nuovamente in veste di allenatore a Milano. Dopo un inizio brillante, favorito probabilmente dall’entusiasmo che segue un ritorno del genere, l’Armani Jeans Milano si è dimostrata fragile in più situazioni, alternando prestazioni di grande orgoglio (vd. Cantù) a prestazioni scialbe e scostanti (vd. Varese); quale pensa possa esser il futuro di Milano in questo campionato? Quale pensa possa potrebbero esser le scelte migliori per avvicinarsi sempre di più al Montepaschi Siena?

M.- Non credo che Milano possa migliorare più di tanto la posizione dello scorso anno. Se supera la semifinale con Cantù (prima dovrebbero ovviamente raggiungerla entrambe) si ritroverebbe in finale con Siena. La speranza per i tifosi milanesi è quella di evitare il cappotto, ma le chance di vittoria finale non sono molte. L’unica ricetta per avvicinare il Montepaschi è programmare: se Milano continua a cambiare ogni anno, penso che il ruolo di anti-Siena nelle prossime stagioni possa passare nelle mani di Cantù’.

A livello di coaching, un miglioramento non esponenziale, ma comunque rilevante, sta caratterizzando lo stile e la qualità dei giovani allenatori NBA, soprattutto per quanto riguarda la conduzione delle partite della post-season, basti pensare a coach L. Hollins (Memphis Grizzlies), coach D. Collins (Philadelphia 76ers ), coach F. Vogel (Indiana Pacers) e coach S. Brooks (Oklahoma City Thunder). Lei cosa ne pensa? E’ giunta l’ora di un ricambio generazionale (il quale potrebbe esser manifesto anche nelle difficoltà che stanno caratterizzando il percorso di Lakers e Spurs contro avversari sicuramente modesti quali Hornets e Grizzlies)?

M.- Mettiamola così: molti dei capi allenatori attualmente assisi sulle panchine NBA sono noti per essere grandi motivatori, filosofi della panchina, strateghi ed allenatori di enorme personalità. Però, nel corso degli anni, il ruolo di “assistente allenatore” ha avuto sempre maggior risalto, non a caso ogni squadra NBA ne ha 3. É ovvio che quando poi uno di questi viene chiamato a dirigere la squadra, ecco che emerge soprattutto la parte relativa alla preparazione della partita, quasi maniacale: è questo il caso dei giovani allenatori che hanno avuto recente successo, come Thibodeau, Brooks, Williams e tanti altri. Col tempo qualcuno di questi comincerà anche a far emergere la propria personalità e magari potrà diventare il nuovo Jackson o Popovich. Sulle difficoltà dei Lakers, magari alla fine non vinceranno, ma andrei cauto a darli per morti (Alessandro Mamoli in veste di profeta, dal momento che, a poche ore dall’intervista, i Lakers hanno espugnato la New Orleans Arena vincendo 98-80 e qualificandosi per il prossimo turno nel quale affronteranno i Dallas Mavericks, ndr).

Abbandoniamo infine i temi inerenti al basket NBA e alla Serie A. Come ultima domanda vorremmo sapere alcune opinioni ed aneddoti sulle sue esperienze di basket giocato (anche e soprattutto a livello locale/amatoriale) e di giornalismo sportivo, anche al fine di dimostrare che, nonostante la pallacanestro in Italia non sia uno sport “di spicco”, anzi, venga spesso messo in seconda luce, è possibile comunque per un appassionato intraprendere una carriera di successo come la sua, mantenendo un forte legame con lo sport che più ama.

M.- Ho cominciato a giocare a pallacanestro all’età di 6 anni e da lì non ho più smesso. Agli allenamenti alternavo i viaggi al palazzone di San Siro prima e al Palalido poi, rapito dalla Milano di Peterson e D’Antoni. Quando avevo 12 anni giocavo per il Leone XIII e al termine dell’anno propaganda, l’allora Tracer Milano organizzò un provino per la leva del 1973. Arrivarono più di 50 ragazzi da Milano e dall’Hinterland. Io non ero tra i selezionati della squadra per “provarci”, ma il mio allenatore disse all’allora coach milanese (Marco Crespi, ndr) : “Ti mando i 4 che mi hai chiesto, ma vorrei che vedessi anche Mamoli”. Alla fine fui l’unico a restare. Cinque anni di settore giovanile, con gli ultimi due da sparring partner in pianta stabile con la serie A, condite da nove presenze in campionato e l’onore di giocare una Finale di Coppa Korac. Sapevo che non sarei mai diventato un giocatore professionista (troppo basso) e dunque ho cercato di godermi ogni secondo sul parquet in mezzo a mostri sacri come Pittis, Djordjevic, Riva, Portaluppi, Dawkins e Davis, magistralmente guidati da Mike D’Antoni. Uscito da lì, ho vissuto di minors (serie minori, ndr) per 15 anni tra la B2 e la C2 ed ho allenato per 10 anni soprattutto settori giovanili. Quest’anno ho ripreso per scherzo in Prima Divisione con un gruppo di amici. La carriera giornalistica è nata per caso: grazie alla passione per l’NCAA ho cominciato a scrivere per gioco su siti internet, riviste, ecc. e ho seguito 3 Finali NCAA sul posto, cercando di formarmi una cultura ed un curriculum. Ho viaggiato molto. Il fatto di aver giocato tanto, anche a discreto livello mi ha aiutato. Poi un giorno si sono aperte le porte di Sky Sport, in un periodo in cui le occasioni per i “rookies” c’erano ancora. Oggi invece è tutto più difficile, ma se posso dare un consiglio, se domani la fortuna ti bussa alla porta, l’importante è farsi trovare pronti e preparati.


Beh sig. Mamoli, sicuramente una vita piena di soddisfazioni, che ci auguriamo non si concludano dopo questa intervista!

Chiudiamo qui questa breve ma intensa intervista (prima di sfociare in discorsi da rivista di gossip), ringraziando ancora una volta il nostro ospite per averci aiutato a trattare gli argomenti più caldi della scena cestistica mondiale e per averci raccontato la sua esperienza personale, dimostrando che, con il giusto mix di dedizione al lavoro, passione per lo sport e fortuna, è possibile intraprendere con successo una carriera dedicata alla pallacanestro anche nel Bel Paese.

 

Marco Frigieri e Riccardo Arrighi

©2011 Concretamente Sassuolo – Playoff NBA, A. Mamoli agli esordi da giocatore e A.Mamoli agli esordi da giornalista

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

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Riccardo Arrighi ha detto:

Grazie..sapere che c’è chi ci segue ci fa molto piacere, soprattutto se è prodigo di complimenti 🙂 speriamo di continuare con la produzione di articoli che vi risultino interessanti!

Federico ha detto:

E’ un po’ che vi seguo, bella intervista!

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