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Un passo comune: “Poesie” di Guido Cavani (Elis Colombini, 2014)

by • 11 Maggio 2015 • ConcretaBook, evidenza, newsComments (0)1475

 

 

C’è sempre in questi pomeriggi scialbi / chi attende fra macerie / un po’ di sole. Gli alberi fioriti / si accendono: domani, un’altra cosa / sarà la vita e un’altra voce avrà / chi vive all’ombra delle vecchie torri, / negli orti suburbani, nelle bettole / della periferia, lungh’essi gli argini / dei canali: nessuno ha più paura / della morte dell’uomo che s’uccide.

 

Guido cavani Poesie“Antitesi”: oltre che questa lirica, tratta da “Misericordia del tempo” (1954), così si potrebbe intitolare l’anima meno evidente e più interessante del corpus poetico del modenese Guido Cavani (5 ottobre 1897 – 23 aprile 1967) pubblicato nella sua interezza da Elis Colombini nel maggio 2014. “Poesie” raccoglie le nove raccolte pubblicate, in vita o postume, dall’autore di “Zebio Còtal”, oltre a una vasta scelta di poesie sparse e versi dialettali. A ben scrutare la monocroma fedeltà (quasi ossessiva) a pochissimi temi, luoghi e modi, si nota, soprattutto nel Cavani degli anni ’50 (da “Solitudini” a “Nei segni della festa”) l’emergere d’inattesi contrasti, minime increspature di melodia e di registro che risuonano tanto più vibranti quanto lievi. L’opposizione al “poetico” convenzionale e l’irrompere della materia, puntualmente trascritta, turbano la tavolozza dei toni vaghi cari all’autore: la tensione all’infinito è rimessa in discussione da un odore sgradevole, da un mendicante malmesso o un animale molesto.

 

 

“[…] un odor di escrementi e di pantano / rappreso: son gli odori / dell’uomo. Le casupole del borgo / sonnecchiano: un grugnire di maiali / viene dalle cascine; / anche la vita è piena di grugniti.”
(“Siccità”, in “Nei segni della festa”).

 

“[…] Parte un mercante che ha nei panni / odor di porci, parte un asceta, / parte un sensale pien di malanni, / partono tutti, resta un poeta. // Per lui è presto; la sua stazione / di terre arate non ha ancor treni, / ma lontani sereni / trapunti di costellazioni.” (“La stazione”, in “Lumi di sera”)

 

Guido Cavani

Questo libro è un atlante, dove la natura “mi trasfigura perché sono giunto.” Siamo alle prese con una mappa di “paesi microscopici in ascolto”, nominati e descritti, (da Spezzano a Roccapelago, dal fiume Secchia a Campiano, da Marzaglia a San Michele dei Mucchietti, passando per Fiorano, Veggia, Monfestino) assemblando una vera e propria bio-topografia, più un diario del vagabondare che album di bozzettistica locale. Pur con rare incursioni fuori dall’Emilia, il poeta esplicita le proprie radici modenesi con naturalezza, estraneo all’orgoglioso regionalismo di molta letteratura coeva. E per godere meglio di questa poesia, più che da singoli versi illuminanti conviene lasciarsi accompagnare da interi testi, riportati integralmente in fondo.

Da questi scenari dove è inutile ogni erbario o bestiario, tanto vi domina la vaghezza, si staccano rare figure umane. Sono umili soprattutto, ritratti nei riti feriali dei borghi e della campagna: lavoratori, diseredati, passanti ridotti a pennellate minime, accidentali. Da questa umanità indistinta emergono, oltre a qualche raro amico, poche figure femminili, come la madre, vera musa del poeta, o Emma Bonacini, la ragazza morta giovane e mai abbastanza amata (“intorno agli occhi cupi / le viole ti fiorivano a migliaia”); ma anche quei volti sfumano e si convertono in viottoli, colline e sentieri dove si può, ancora, vagare.

 

“[…] La strada mi fa piangere  perché, / non so più amare e vivere: in silenzio / passan le donne accanto al mio dolore, / vestite d’alba mentre qui è già sera. // Come le pietre esisto: / agli angoli dell’anima ritrovo / ruderi di bellezza.”
(da “Illusioni”, in “Solitudini”)

 

Lento e modesto, quasi inavvertibile, è la maturazione poetica di Cavani, che, dopo le prime prove legate alle forme chiuse (terzine, quartine e sonetti) dal tono crepuscolare, si affiderà a un incedere libero, per lo più di endecasillabi e settenari, concedendosi rime occasionali, soprattutto a chiusura di pagina. È un dire che si richiama alla lezione leopardiana dei Canti, partendo da paesaggi e visioni per riflettere sull’esistenza. Pur se nella maggior parte dei casi l’orizzonte è angusto e intimo, alcune poesie riescono a compiere un balzo verso un ragionare esistenziale, se non filosofico. “Sconfinare! Sparire!” esorta il poeta; e altrove: “Non disgregarti vivo”: si sta sospesi tra fervore e abbattimento, a volte protesi alla lode, altre volte avvolti da brume nichiliste; ma domina costante un ritmo piano, quasi un’accettazione del cammino, sostenuto dal verso regolare e scandito dall’abbondanza di virgole (spesso anche a fine verso) che scandiscono la misura fondamentale del poetare di Cavani: che non è l’accademico  “piede”, ma un più comune e mite passo.

Montardone

Io t’amo o vecchio borgo sgangherato / che t’accatasti fra una cima brulla / e la strada che rapida ti frulla / davanti come un serpe innamorato. // Qualche albero nano, qualche prato / tignoso ai lati; il sole ti maciulla; / levi l’ossuta fronte verso il nulla / come i vecchi seduti sul sagrato. // Fetor di scoli, nuvoli di mosche / m’accolgono; dagli usci aperti il canto / delle femmine viene come un male. // Davanti all’osteria, sotto le chiosche, / fra un mucchio di galline spelacchiate / un bimbo sta seduto sul pitale.
(da “Lumi di sera”)

 

 

I maceri

Riempi la tua casa di silenzio, / in attesa che il giorno / splenda e raggiunga questa nostra riva / per consumarsi in noi, piccoli vivi / deposti a specchio dell’eternità; / umili costruzioni spirituali / in un mondo illusorio; ma che abbiamo / radici d’infinito, / sapienza di futuro. Ogni morire / è un perfetto rinascere, / è un raggiungersi in altri, è un compendiare / noi stessi nella vita di ciascuno. / Mirabile è il mistero / che ci sostanzia e ci dà il senso esatto / di essere; fluisce intorno a noi / la verità di tutto; inesprimibile / nelle nostre parole; senza limiti. / Riempi la tua casa di silenzio / in attesa che il giorno / si spenga dentro i maceri sanguigni.
( da “Riposo d’ogni giorno”)

 

 

Meditazione

In me vive l’estate, e mi sorprende / lungo le sue strade, / lungo i suoi fiumi in magra. / Risalgo intatto dalla solitudine, / e cerco oltre i miei limiti / ciò che abbisogna all’anima in ascolto; / sconfino in una vita che non penso. / In questo riconoscermi, / semplifico me stesso. / la vita che viviamo ha le radici / in quella che ci attende, / nei viaggi senza fine, nell’eterne / parole che ci salvano. / Si ritorna per strade sempre nuove / a nuove forme / d’amore e di pietà; tutto si compie / nelle piccole cose e nelle grandi; / le distanze / son luce; tutto torna / alla sua verità.
 (ibidem)

 

 

Il passero

Quel passero che canta a fil di gronda, / dove s’argina il sole meridiano, / trova nell’ombra azzurra del cortile, / un’eco che ripete quel suo canto / di gioia; un bianco petalo di suono / che dal profondo silenzioso torna / a lui; un dono lirico al suo dono. // All’orlo dell’abisso, anche il poeta / dà all’eco il canto della sua dolcezza, / cerca nell’ombra la profondità, / ma poi riceve il dono dell’altezza.
(da “Nei segni della festa”)

 

 

Stefano Serri

 

 

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