Cookie Policy

Vice – di Adam McKay (2018)

by • 22 Gennaio 2019 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)122

Negli anni Settanta Dick Cheney sta con una ragazza davvero in gamba, Lynne, che riesce a farlo ammettere all’università, dove lui però viene travolto dal gozzovigliare da college e, tra una sbornia e l’altra, finisce per farsi espellere. Non contento, continua a bere anche mentre lavora ai pali della corrente elettrica, finisce in una rissa e viene arrestato per guida in stato di ebrezza. A quel punto Lynne gli dà un ultimatum: o diventa la persona di potere che lei in quanto donna non può essere ma può aiutare e guidare, oppure tra loro è finita. La storia è nota: i due diventeranno una power couple di Washington e domineranno placidamente, quasi nell’ombra, l’amministrazione di George Walker Bush, tra le più devastanti per la democrazia americana.

In uno dei numerosi finali di Vice, due elettori, del Partito Democratico e Repubblicano, dopo essersi confrontati sulla politica estera americana, discutono se Vice stesso sia o meno una cazzata liberal. Immancabilmente, il primo si mostra pacato, attenendosi alla veridicità di ciò che chiama fatti. Il secondo, grondante rabbia e stereotipato nella sua passione per lo sport, ribatte, prima verbalmente, poi atterrandolo. L’ironia di Adam McKay diventa così un vezzo, non uno strumento narrativo efficace, una tassa costante da spendere per supplire all’evidente incompletezza del racconto, introdotto dall’eloquente But we did our fucking best, un ridicolo resoconto accompagnato da un’ostentazione di arguzia e intelligenza insostenibili, poiché il diritto, tanto per fare un esempio, è una cosa seria, nella realtà come nella drammatizzazione degli eventi, non un agglomerato di dati disponibile all’inclinazione a descrivere i cattivi come personaggi ostili al progressismo, tutta di McKay, che sparge sentenze, teorie costituzionaliste, al solo scopo di rifocillare il suo ego, dotato di una sicurezza tale da sprecare attori di prim’ordine, scritturandoli per ruoli o inutili o alla mercé di un simbolismo da quattro soldi, rappresentato in prima istanza da un corpo senza cuore, ma ci arriverete.

Troppo bolso o auto-compiaciuto nella ricercatezza delle sue soluzioni, tanto sfrenate da permettere a regia e montaggio di frantumare il film, McKay non sa quale strada prendere. Cambia, sotto l’influsso dell’impulso. Medita, ci ripensa, indietreggiando appena, anche assistito dalla fortuna. Nel mentre, prende in giro, perché non è possibile prevederne lo stato d’animo di lì a cinque minuti, se ti farà ridere, se ti farà preoccupare, accecato dalla smania di illustrare il nocciolo della questione. Non è, ecco, dissimile dai modi di Michael Moore. Diffidate dell’uomo silenzioso. Personalmente, diffiderei pure di Adam McKay. Candidato ad otto Premi Oscar.

.

Luigi Ligato

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

Related Posts

Privacy Policy